Dai la cena, togli la cena


dailacenatoglilacena

“Le periferie si somigliano tutte”.
Vero, almeno in parte.
Alcune periferie sono molto più periferie di altre,
il cemento risucchia qualsiasi forma di natura,
l’odore delle cucine dei ristoranti viene travolto dai gas di scarico,
oscurato dalle insegne a cui manca sempre una lettera,
mai sostituita.
“Strade di passaggio”,
quelle che fanno gola ai commercianti del “mordi e fuggi”,
gente che si ferma anche solo per pochi minuti,
obbligata dal nulla che la circonda ad entrare in luoghi
in cui mai avrebbe pensato di mettere i piedi.
Così sorgono -sono sempre esistite-
quelle realtà che puntano tutto sul passante,
su quelle persone trascinate dagli eventi e dalla fame,
a caccia del menù “tutto incluso”,
“il tempo di mangiare e vado via”.
Posti in cui la garanzia di qualità sono i tanti camionisti
che decidono di fermarsi, come se chi guida dei mezzi pesanti
fosse in realtà un fine intenditore in ambito gastronomico.
L’insegna lampeggia fiera battezzata dall’umidità
e dal fumo delle sigarette della gente in attesa,
o in pausa tra il primo ed il secondo.
Il menù affisso sulla bacheca spazia dal cinghiale al tonno,
terra e mare si mischiano sotto lo sguardo vigile del cemento,
il vero ingrediente extra di questi scenari post-industriali.
Oltre cento pietanze diverse, tanto per non escludere nessuno,
dal vegano al carnivoro incazzato, dal palato delicato
a quello di amianto che ingoierebbe anche i bulloni,
spesso prodotti a pochi metri dalla cucina.
La carta dei vini sintetizzata in due colori: bianco e rosso,
nessuno spazio per sfumature ed accostamenti,
anche il rosato diventa roba da radical chic
e s’inchina inerme dinanzi a “quello della casa”,
concetto che può spaziare dall’eccellenza al dramma nel giro di un minuto,
il tempo di bagnarsi le labbra e farsi un’idea.
La tovaglia arrangiata e con gli aloni di una macchia mai svanita,
i grissini che non vedevi dal battesimo di tua nonna,
i quadri alle pareti con Alberto Sordi e Totò,
l’enorme frigorifero in legno che ospita di tutto,
dalle verdure ai dolci passando per l’ananas,
che sta ai ristoranti di periferia
come la bandiera sarda alle manifestazioni di piazza.
Il cameriere che suggerisce la specialità della casa
con una certa insistenza, orientando la scelta
a seconda delle pressioni della cucina,
gli avanzi come lo spettro dei supplementari.
E tu fermo, a sfiorare il gomito alla coppia accanto,
quando ti chiedi che cosa abbia spinto quell’uomo a portarla li,
in quel luogo in cui non porteresti neanche i tuoi rapitori
nella speranza di avvelenarli.
Ma è tutto incluso, anche la cameriera che ti lancia il piatto,
forse sperando in uno sparo improvviso e nell’arrivo della polizia,
nei nastri bianchi e rossi che mettano fine una volta per tutte
a questa tortura dal prezzo fisso e dall’esito scontato,
con l’amaro offerto dalla casa che si aggiunge all’amarezza
della mancanza di alternative.