Gli umori della piazza: storia di veri sondaggi


sondaggio

I tre scalini davanti all’ingresso del liceo classico ospitavano le chiappe di centinaia di adolescenti, più avanti c’era invece spazio per le mani -rigorosamente unite dietro alla schiena- dell’immancabile gruppetto di adulti, radunati in cerchio a discorrere di politica locale e di sport.

I due mondi si sfioravano raramente, se non per fugaci saluti di circostanza, non impossibili in un piccolo centro. Gli “umori della piazza” non era semplicemente un modo di dire, nell’aria si respiravano le tendenze e le opinioni del momento, lontane dai social network e da quello che, dopo quasi vent’anni, sarebbe diventata la piazza virtuale. Le piccole realtà allenano l’occhio all’osservazione, molto più dei grandi centri in cui tutti si ignorano, più o meno volutamente, o almeno fingono di farlo.

Gruppi schierati sempre nelle stesse postazioni: i punk leggermente defilati per nascondere il forte odore d’erba, il rumore del vetro delle birre e degli anfibi chiodati, spesso comprati a Londra/Berlino durante un blitz personale o di un conoscente. Impossibile ignorarsi del tutto, anche tra persone dalle abitudini o dagli stili diametralmente opposti, gli spazi fisici limitati imponevano un grande fratello molto più invadente di quello televisivo, all’epoca agli esordi.

Impossibile tutelare la propria privacy a 360 gradi, i rari tentativi di eclissarsi finivano per ottenere l’effetto opposto: una maggiore attenzione da parte dei presenti, sconvolti dalla novità di un’assenza. Tipo Mina.

In vista di un grande evento la popolazione coglieva gli umori fiutando le parole dei gruppetti limitrofi, catturava verbi e pensieri del vicinato, riportandoli a sua volta all’interno del proprio nucleo di amici, parenti e conoscenti; il tutto con quel pizzico di umana distorsione che il riferito crea, concedendo qualche fantasioso virtuosismo al narratore.

Trasversali a questi microcosmi si aggiravano quelle figure immancabili in ogni paese che si rispetti, ovvero quelle persone capaci di emanciparsi dall’etichetta di punk, “normale”, tamarro o altro. Soggetti in grado di spaziare tranquillamente tra tutte queste “categorie sociali” e di coglierne l’essenza proprio perchè mai troppo dentro alle dinamiche di ciascuno dei gruppi. Conosciuti da tutti, amici di pochi o nessuno, forse per salvaguardare la propria identità, troppo spesso immolata in nome della voglia di etichettare chiunque, tanto per non rimanere con qualche figurina fuori posto.

Mi piace pensare che i veri sondaggisti fossero proprio loro, capaci di staccare lo sguardo dalla loro stessa realtà e, proprio per questo, analizzarla con più lucidità.

Non dimenticherò mai una scena che vide coinvolto proprio uno di loro, uno dei trasversali. Si aggirava per la piazza a caccia di una sigaretta, battezzando ad uno ad uno i vari gruppetti presenti. Incassò una serie impressionante di no, abbastanza inusuale per un personaggio così in vista. Ad un certo punto si diresse verso un tipo che gli dava le spalle, intento a parlare chissà di chi e chissà di cosa; per richiamare la sua attenzione bussò alla sua spalla, proprio come si conviene quando si cerca di entrare in casa di altri e si trova la porta semichiusa.

L’uomo si girò con la tipica smorfia da “Mbè, dimmi”. Di tutta risposta: “Scusami, avresti una sigaretta?”. La reazione fu abbastanza inusuale, l’intervistato infatti gli rispose affermativamente e si voltò nuovamente verso i suoi amici. A quel punto un nuovo colpo alla porta, travestita da spalla destra, da parte del ragazzo a caccia di catrame: “Scusa, allora ‘sta sigaretta ce l’hai o no?”. Intervistato: “Ah, perchè la volevi?”. “No, sto facendo un sondaggio”. Chapeau.