Ogni maledetto rigore


maledettorigore

3 del pomeriggio.
Il sole sul campo di cemento creava il tipico effetto miraggio,
il pallone -gonfiato fin troppo- rimbalzava senza soste in mezzo ad una selva di gambe con i primi accenni di peluria.

Ad assistere alla gara una cinquantina di coetanei ed altrettanti curiosi,
alcuni dei quali genitori dei protagonisti.
Due categorie: quella del genitore che veniva solo per farsi due risate,
magari sfottendo bonariamente il figlio nel post partita.
Il genitore-manager, quello che intravedeva nel più elementare stop
la possibilità di un futuro tra i professionisti, con la speranza di usufruire di tutti i benefici derivanti.
Il match in questione era proprio una finale, la degna conclusione di un torneo fiume,
utile a tenere i ragazzi “lontani dalla strada e dalle tentazioni”
e molto più vicini al chiosco di gelati del centro sportivo,
cosa che al proprietario non dispiaceva affatto.

Ore ed ore di tornei, affrontando le frazioni delle frazioni di stralci di terra ignoti a google maps,
luoghi in cui la macchinina di google viene sostituita dalle foto mosse di un pastore,
spesso poco avvezzo allo scatto. Perfetta parità,
la gara scivola via tra i primi insulti alla mamma per un calcio alla caviglia ed un richiamo dell’arbitro
-lo stesso che vendeva i gelati e ci teneva lontani dalle tentazioni e liberaci dal male amen-
che invitava tutti a mantenere un atteggiamento civile.
O almeno a non offendere troppo la mamma,
orientando l’insulto verso parenti più remoti, magari provenienti dalle frazioni delle frazioni di cui sopra.

Mentre mi accingevo a calciare “a botta sicura” interviene alle mie spalle
un bambino di cui non ricordo nè il nome nè il volto.
La grazia non gli apparteneva, la sua qualità, se non ricordo male, era quella di essere “abbastanza grosso”,
cosa che a quell’età tornava utile in diverse circostanze.

Rigore, rigore netto. Il suo franarmi addosso risalta la differenza di mole,
io finisco spalmato sull’asfalto come una gomma da masticare,
lui si scusa mentre si solleva goffamente dal cemento rovente.
Ricordo i genitori appesi come scimmie sulla rete alle spalle della porta,
il loro incitarmi e la mia voglia di isolarmi da tutto,
come avevo sentito dire da quelli grandi, quelli che vedevo in tv.
Quelli che si erano allontanati dalla strada e dalle tentazioni,
salvo poi cascarci una volta diventati calciatori.
La vedevo come una questione di tempistiche più che di bivio:
cadere in tentazione subito o farlo da ricco sportivo affermato?.

Mah, nel frattempo mi toccava battere il rigore.
Ricordo perfettamente l’orribile rumore del palo nel suo impatto con il pallone,
un suono metallico e fastidioso che mi gettò nello sconforto totale,
circondato da occhi che in quel momento sembravano moltiplicarsi.
Ecco, quel suono metallico è il ricordo che attenua ogni sete di vendetta verso chi ne sbaglia di importanti,
quando le frazioni delle frazioni -sì, anche loro- li guardano da casa alla pari dei potenti del mondo.