Post-verità


clochard

Nell’era della post-verità, o almeno così si definisce al momento,
è interessante soprattutto analizzare la comunicazione delle persone “comuni”.
Stazione, il timido sole di fine Gennaio riflette strafottente sui cumuli di neve ai bordi delle strade,
i passeggeri si sporgono a scrutare ritardi all’orizzonte.

Mentre sto azzannando un pezzo di pizza vedo tra la folla un uomo, abbastanza claudicante,
che si ferma ad ogni metro a domandare qualcosa;
le reazioni sono le più varie, qualcuno scuote semplicemente il capo,
altri lo ignorano totalmente. Non il capo, lui.
Altri ancora frugano in tasche che dichiarano vuote,
salvo poi sperare che le monete non decidano di strusciarsi in modo troppo rumoroso,
causando un imbarazzante tintinnio di metalli.

Mi allontano in cerca di un bagno e lo perdo di vista.
Arrivato davanti alla porta c’è un piccolo banchetto -tipo quelli da bidello, per intenderci-
a cui è seduto un signore, tiene in mano un mazzetto di ricevute e sfoglia un giornale.
Il suo sguardo non si distoglie neanche un secondo dall’inchiostro,
dalla bocca parte solo un “Sono settanta centesimi”.
Così, sparato come un proiettile dalla mira sicura,
senza neanche sfiorare il mirino.

A quel punto mi verrebbe da dirgli che la mia presenza è dettata solo dalla vescica,
che non ho alcuna intenzione di scrivere “cloro al clero” sulla tazza del cesso,
nè tantomeno iniettarmi nulla in vena.
Devo pisciare, devo pisciare veramente.

Rumore di ricevuta strappata: posso farlo.
Il resto torna nelle tasche, le monete emettono il suono senza paura di essere scoperte.
Torno su, dove a qualche faccia incrociata in precedenza se ne sono aggiunte altre
perchè il treno arriverà a minuti.
Mentre mi giro a caccia del cartellone luminoso mi trovo davanti proprio lui,
l’uomo claudicante.

“Ciao! Guarda, a te mi sa che non l’ho chiesto. Io sono un barbone,
un barbone.
Ma non un barboneeee -dicendolo allarga le e in modo emblematico, a caccia di confronti con altri clochard-,
io sono proprio un barbone, cioè, io non ho proprio un tetto.
Ripenso subito ai 70 centesimi di prima, all'”euroetrenta” di resto,
alla voglia di giustificare la mia condizione di uomo bisognoso di urinare,
non di fare altro.
In questi casi ci si fida dell’istinto, anche se c’è gente che nel frattempo gli scatterebbe una foto
per dimostrare a tutti che, sì, lui è il figlio dell’amministratore delegato di qualche multinazionale cattivissima,
non un “barbone” come vuole far credere.
Gli lascio un euro, lui ringrazia e punta una coppia di ragazzi;
stesso copione, stessa postura, stessa “e” allungata.
Io salgo sul treno, in trepida attesa della post verità.