Il tempo delle pere


iltempodellepere

Il maestoso negozio ha arruolato facce da 41bis
solo per questa giornata,
uomini il cui solo compito sarà tenere a bada
adolescenti con le lacrime agli occhi
e genitori che hanno appena donato il sangue,
l’oro in casa è finito da tempo.

La transenna un limite invalicabile,
almeno fino al conto alla rovescia,
quando i nastri si spezzeranno
e lasceranno correre mandrie di cavalli impazziti,
pronti a sgomitarsi come nei peggiori calci d’angolo
della terza categoria abruzzese.
Qualcuno ha anche una tenda sulle spalle,
una di quelle che si montano in dieci secondi
e si rimettono nella sacca a suon di bestemmie.

Hanno dormito li, pronti a sacrificare il sonno
per arrivare primi, per comprarlo per primi.
C’è chi passa sorpreso e si chiede i motivi,
chi scuote il capo rischiando il licenziamento,
chi finge indifferenza e si nasconde nelle cuffie.

A pochi metri dall’interminabile fila
un uomo ciondola paurosamente,
l’unica cosa salda del suo corpo
è la lattina di birra nella mano destra.
Cappellino di un caseificio marchigiano,
capello unto che sbuca a ciuffi in stile Ed Warner
-glorioso portiere Giapponese-,
maglietta dei Metallica
e jeans a vita talmente bassa da rivelare
l’enorme scritta “Uomo” sule mutande.
La scarpa è una manna per i nostalgici,
una di quelle con la “pompetta”
per saltare più in alto.

O almeno è quello che dicevano loro,
io ho perso pomeriggi interi a sfidare il mio metro e settanta.
Qualcuno finge indifferenza,
altri si sporgono e lo guardano divertiti,
lui coglie l’attimo e rilascia dichiarazioni più che spontanee:
“Poi prendono per il culo me perchè mi faccio le pere,
io almeno non mi accampo sotto casa di chi me la vende”.
Chapeau.